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Sintesi convegno 20-11-2009 in pdf

La mancanza di una definizione univoca e di un approccio condiviso tra gli studiosi sulla Globalizzazione dei mercati e l’integrazione sociale è il motivo alla base della realizzazione di questo convegno, che chiama diversi attori ad esprimersi in merito.

Nella prima sessione, prendono la parola Mario Sepi, Presidente del CESE, il Prof. Lucio Sevi dell’Università di Torino e il Prof. Alessandro Roncaglia dell’Università Sapienza di Roma.

Nel suo intervento Sepi sottolinea subito la necessità di ricreare dei criteri fondamentali di valutazione della realtà, attraverso un approccio multi-disciplinare ai problemi e sviluppando nuovi importanti elementi culturali. All’interno della globalizzazione esiste, nell’analisi che ne fa il Presidente, una sorta di gerarchia, che vede in cima i mercati finanziari, quindi i mercati “reali” e in ultima la “globalizzazione sociale, ancora arretrata sotto molti altri aspetti. Esistono infatti “nuovi muri” in sostituzione parziale delle vecchie frontiere, “muri” prevalentemente amministrativi e giuridici. Questo ne dimostra ancora di più l’artificialità rispetto all’elemento naturale che è invece l’umanità. Questo ci fa domandare fin “dove” debba spingersi l’integrazione e se essa debba interessare anche gli aspetti politici. Esempio di tale approccio è sicuramente la questione del voto agli immigrati, in quanto costituenti una ampia parte del substrato economico di una società e conformemente al principio di “no taxation without representation” . Problema che non può non intersecarsi con quello del rispetto dei diritti fondamentali soprattutto verso gli immigrati nel luogo in cui essi “approdano”.
In riferimento al delicato tema dell’integrazione il CESE ha aperto un Forum dell’Integrazione per riflettere sulle possibili misure, probabilmente fiscali, che sia possibile prendere partendo dal debito pubblico, ma che al contempo non strangolino la ripresa economica. Infine, elemento importante ripreso a Lisbona è poi sicuramente la Carta dei diritti: l’esistenza di diritti validi per tutti, esigibili sul piano politico è un importante fattore di integrazione.

L’intervento del professore Lucio Levi parte dalla necessità di considerare la globalizzazione come fenomeno relativamente recente. Partendo dalla dicotomia società civile / Stato di hegeliana memoria, passa a considerare come lo Stato si dimostra oggi per molti versi superato come “entità storica”, che vede erosa la propria “forza” tanto da un’economia che sfugge al suo controllo, quanto da, per esempio, le organizzazioni terroristiche, che ne minano il “tradizionale” monopolio della forza all’interno di un determinato territorio. Cosi la politica arretra non riuscendo a svolgere più il suo caratteristico compito di “orientare” e guidare la società civile. Allo stesso tempo però viene invocato l’intervento dello Stato a porre rimedio agli insuccessi e agli squilibri del mondo globalizzato e del suo mercato. Il potere della politica rispetto alle grandi questioni globali è oramai spesso solamente “formale”, con il mercato che prende il sopravvento, provocando inevitabilmente dei processi di disgregazione sociale e il venir meno del Welfare State. La soluzione è forse prospettabile nella presenza di nuove istituzioni post-statali, per esempio elaborare degli organi delle Nazioni Unite, prendendo come esempio la struttura dell’Unione Europea, che ripropongano, su una scala ben più ampia del singolo Stato, la conformazione dei caratteristici poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.

 

L’intervento del Prof. Roncaglia pone invece l’accento sul fenomeno della globalizzazione analizzato da un punto di vista del commercio e della finanza.

Attualmente, in merito a questo fenomeno, coesistono due posizioni, ben note all’opinione pubblica, del tutto contrastanti l’una con l’altra: la prima a favore della globalizzazione, e la seconda totalmente contraria.
A sostegno della prima tesi vi è l’idea che la liberalizzazione dei mercati porti ad uno sviluppo costante dei mercati stessi; mentre invece i c.d. “no-global” vedono nel processo di globalizzazione dei riferimenti al neo-colonialismo (ingerenza dei centri forti su quelli deboli).
Volendo porre l’attenzione sulla globalizzazione del commercio è facile notare che la crescita dei mercati al livello globale implicherebbe a sua volta la necessità della divisione del lavoro che, conseguentemente, sarebbe costretto a specializzarsi ulteriormente portando così un aumento del reddito pro-capite, tutto questo in piena coerenza con la teoria economica di Smith. Oggigiorno però la teoria della mano invisibile di Smith non può trovare corretta applicazione e pertanto risulta essere sbagliata per due ragioni: la prima fa riferimento all’andamento dei mercati reali in relazione alla crisi economica e al calo dell’occupazione dovuta alla fluttuazione dei salari e dunque all’assenza dell’elemento della concorrenza perfetta richiesta dal modello smithiano; l’altra ragione è riconducibile all’asimmetria informativa. La presenza di asimmetrie informative spiega, per esempio, perché i risparmiatori preferiscono ricorrere ai servizi di investimento offerti dalle banche benché costosi, la minore conoscenza da parte del risparmiatore lo induce quindi a ricorrere ad operatori specializzati nella raccolta e nell’elaborazione delle informazioni circa i possibili modi di investire il denaro.
Sulla base di questi due aspetti è stato possibile assistere, nel settore finanziario, allo sviluppo dei mercati c.d. derivati, frutto dell’aumento della speculazione valutaria e dei tassi di interesse che hanno colpito anche chi dotato di un proprio capitale.
La speculazione, nell’ipotesi di un mercato statico, potrebbe avere effetti stabilizzanti se l’evento aleatorio si manifesterà in linea con le aspettative e così l’operazione speculativa avrà esito positivo, cioè produrrà un profitto, nel caso contrario si avrà una perdita che potrebbe portare ad una forte destabilizzazione dei mercati finanziari. La destabilizzazione della speculazione è riconducibile a tre motivazioni:

  1. la presenza di paradisi fiscali, che dovrebbero essere combattuti;
  2. ragioni teorico-culturali che hanno portato ad un individualismo metodologico;
  3. i c.d. mercati “non perfetti” come quello del petrolio.

Si desume dunque che il processo di globalizzazione sia commerciale che finanziario è ormai avviato ma trova diversi ostacoli dispiegati lungo la sua strada per giungere ad una piena conclusione.
La seconda sessione ha visto la partecipazione del Prof. Franco Liso, docente di Diritto del Lavoro dell’Università Sapienza di Roma e del Prof. Angelo Maria Petroni, della Sapienza di Roma.

Il Prof. Liso ha affrontato l’argomento del convegno dal suo punto di vista da giuslavorista, offrendo una panoramica di come tale branca del diritto si approcci alla questione.
Il diritto del lavoro può essere visto in una duplice proiezione: da una parte come protezione per i lavoratori, dall’altra come rispetto delle regole della concorrenza. Il diritto del lavoro è figlio di una stagione temporale durante la quale lo Stato era il dominus del territorio. Oggi invece i processi portano ad una sfasatura in quanto lo stesso diritto viene esaminato nella sua variante territoriale, poiché vi è la spinta alla destrutturazione degli equilibri consolidati. Si assiste inoltre ad un processo di devoluzione delle organizzazioni sindacali e di importanti ruoli regolativi.
La globalizzazione è il frutto di politiche pubbliche consapevolmente perseguite e lo sviluppo dei mercati è un fatto di promozione. L’equità sociale è collegata alla pace. Le politiche pubbliche hanno armato il braccio che liberalizzava i mercati.
Vi è un’asimmetria: il capitale non regolato va alla ricerca di situazioni che garantiscono maggiore redditività, cioè va alla ricerca di situazioni dove il diritto è meno presente.L’OIL nel 1998 ha prodotto una dichiarazione in cui ha affermato il minimo di principi giuridici che devono essere riconosciuti come comuni a tutti i lavoratori, indipendentemente dallo Stato di appartenenza. Questa dichiarazione rappresenta il diritto affermato, diritto che lavora su se stesso e si evolve; individua i principi basilari ed anche il rispetto del principio stesso. All’interno della dimensione europea della globalizzazione stiamo sperimentando forme di Governance, dove anche la stessa dimensione giuridica della regolamentazione sta crescendo: molto dipenderà dalle condizioni che porteranno i diversi attori (ad esempio Obama) ad assumersi responsabilità ed ad interessarsi ai vari attori sociali.

Il Prof. Petroni comincia il suo intervento facendo riferimento alla visione liberale dell’integrazione degli immigrati.
All’interno della visione liberale vi sono due diversi approcci rispetto all’integrazione degli immigrati: si può affermare che la libertà di emigrare e lavorare discende dalla libertà di scambio, riconoscendola quindi come diritto individuale soggettivo e sottolineandone il carattere personale, oppure si può affermare che tale libertà non discende dalla libertà di scambio, e dare quindi un peso maggiore alla comunità politica rispetto all’individuo.
>La differenza tra i due approcci si è verificata anche dal punto di vista storico: mentre in Europa l’immigrazione proveniva da paesi sovrappopolati a paesi vicini (si pensi ai 3 milioni di italiani emigrati in Francia), negli Stati Uniti l’immigrazione proveniva da paesi molto lontani in terre in gran parte scarsamente abitate.
In Italia oggi gli immigrati si inseriscono in un contesto ad alta disoccupazione e spesso, nonostante la loro elevata formazione, svolgono professioni poco qualificate, contribuendo così ad alimentare la percezioni degli immigrati come svantaggiati, percezione che non esiste negli Stati Uniti che importano “cervelli” dal resto del mondo. L’arrivo degli immigrati non è però solo un problema economico perché “Avevamo chiesto forza lavoro e sono venuti uomini” come disse Max Frisch, ed è quindi necessario chiedersi che tipo di culture portano, come possono interagire ed integrarsi con la nostra società. Le comunità provenienti dal terzo mondo sono comunità forti, strutturate, e non basta farle giurare sulla Costituzione per integrarle, ma serve piuttosto riconoscere la loro cultura e costruire un sistema sociale e di welfare che li includa.

La terza sessione del convegno vede come protagonisti il Prof. Daniele Archibugi, University of London – Birbeck College, e il Prof. Sandro Guerrieri, Sapienza Università di Roma.

L’intervento del Prof. Archibugi si apre con la considerazione che nell’ambito accademico italiano l’età media dei docenti è superiore rispetto a quella di altri stati europei : infatti in Italia il 60% dei professori ha più di 50 anni, a differenza della Francia con il 40%, della Gran Bretagna, della Spagna e della Germania con il 30%.
Partendo dalla presentazione del suo libro “Cittadini del mondo” sostiene che la democrazia sia divenuta l’unica forma legittima di governo che garantisce ai suoi cittadini una speranza di vita e una sicurezza sia di reddito che salariale maggiore rispetto ai paesi non democratici. Il numero degli Stati democratici è significativamente aumentato e registra un trend in aumento, sia in virtù del processo di decolonizzazione, ma soprattutto per l’effetto decisivo prodotto dal crollo del muro di Berlino nel 1989.
Il fenomeno della globalizzazione ha posto il problema della ridefinizione della sovranità negli stati democratici in quanto risulta imprescindibile l’interazione tra le comunità per la risoluzione delle problematiche globali: il professore si chiede come possa un singolo Stato gestire fenomeni internazionali come ad esempio l’influenza suina.

Negli anni ’90 si è assistito al tentativo di esportare la democrazia in paesi autoritari attraverso operazioni militari, secondo la strategia del Washington Consensus. Tale strategia prevedeva di esportare la democrazia all’interno dei singoli paesi, e proprio in questo consiste il suo maggiore limite. Il problema della democrazia oggi va affrontato non come un problema interno al paese, ma guardando alle interrelazioni esistenti all’interno della comunità mondiale. Il professore articola quindi la proposta di una “Democrazia cosmopolita” in cui sia data più voce alla società civile mondiale ed ai portatori di interessi, e si assicuri l’effettivo diritto alla partecipazione della cittadinanza attraverso la creazione all’interno dell’Onu di un Parlamento mondiale sul modello del Parlamento europeo.

L’intervento del Prof. Guerrieri ha come tema la dimensione sociale dell’integrazione europea. L’Unione europea è chiamata, ora che il processo di ratifica del Trattato di Lisbona si è concluso, a sfruttare al meglio questo nuovo quadro istituzionale che deve porre, come punto rilevante, proprio quel rafforzamento della dimensione sociale, che ha sempre incontrato ostacoli alla sua realizzazione. L’esistenza di un malessere sociale europeo era già riscontrabile nel risultato negativo del referendum francese del 2005 che aveva bloccato il processo di ratifica del Trattato che avrebbe dotato l’Unione di una Costituzione. Questo risultato, infatti, fu il prodotto del parere negativo per lo più della popolazione operaia francese, che vedeva il processo di integrazione europeo controproducente per far fronte alla globalizzazione e paragonabile ad un “ insidioso cavallo di Troia”.
L’entrata e il consolidamento della dimensione sociale nel processo di integrazione hanno conosciuto tante e varie fasi di progresso e di stallo: la Ceca seppe avviare un programma di reimpiego dei lavoratori licenziati a causa dell’inizio della liberalizzazione del mercato; tali potenzialità sociali si bloccarono con la formazione della Cee ( 1957) che portò l’attenzione degli Stati membri a concentrarsi prevalentemente sull’obiettivo di costruzione del libero mercato. La crisi economica degli anni 70 portò ad una vera e propria paralisi della politica sociale, accompagnata da un affievolimento dell’obiettivo Europa, con la ricerca di soluzioni nazionali alla crisi. Un nuovo orientamento è iniziato con l’apertura dei lavori della commissione Delors ( 1985-1995) che ha incentrato i suoi studi su di un programma di riduzione della disoccupazione e su di un ruolo sempre più di stimolo della Commissione europea al dialogo con le parti sociali. Ad oggi, quindi, si possono registrare progressi, pensiamo all’adozione della Carta dei diritti fondamentali, ma anche molte reticenze ( tanti dissensi per l’utilizzo del voto a maggioranza sui temi sociali) che portano ad auspicare ad un maggior impegno in questo settore, essenziale per la crescita di un’Europa non solo delle istituzioni ma anche e soprattutto dei popoli.

Infine l’ultima sessione ha visto la partecipazione del Prof. Giuseppe de Arcangelis, Sapienza Università di Roma, di Pier Virgilio Dastoli, Consigliere della Commissione Europea e del Prof. Tito Marci, Sapienza Università di Roma.

Il Prof. De Arcangelis parte dalla considerazione che il fenomeno della globalizzazione, almeno dal punto di vista economico, è un fatto che deriva essenzialmente dall’avanzamento tecnologico, portatore di profondi cambiamenti nelle relazioni economiche internazionali, e dalla conseguente riduzione di costi di transazioni , i fenomeni dell’integrazione e dell’inclusione sono sue dirette conseguenze e, possiamo dire, necessità. Il punto critico sta nella mancata evoluzione della politica, nella sua incapacità di riorganizzarsi a fronte di questi cambiamenti globali e a fronte di un mercato internazionale capace, invece, di evolversi rapidamente.
Questa che stiamo vivendo non è la prima globalizzazione della storia: è stato possibile riscontrare un fenomeno simile anche tra il 1870 e il 1913, con caratteristiche, quali un aumento del movimento internazionale del fattore lavoro, che durano tuttora. Tuttavia è possibile individuare alcune differenze tra l’attuale globalizzazione e le precedenti: è aumentata, infatti, un’emigrazione più qualificata e , di contro, le politiche attuali sono meno accoglienti, comportamento questo che causa un aumento sensibile delle migrazioni illegali rispetto ai periodi precedenti.
L’assenza della politica potrà avere effetti perversi sulle società; chiedersi, quindi, cosa potrà portare ad accelerare la riforma delle istituzioni e se un adattamento lento potrebbe logorare gli effetti positivi della globalizzazione, appare sempre più necessario.

Nel corso del proprio intervento, il Consigliere della Commissione Europea, Pier Virgilio Dastoli, ha voluto sottolineare quelle che sono le attuali carenze del sistema di governance europeo e quindi le nuove sfide che attendono i Paesi Membri dopo il Trattato di Lisbona.
Punto centrale della sua analisi è stata la costatazione della presenza di un vulnus interno alle stesse Istituzioni europee: la mancanza di una legittimità in entrata, ovvero l’assenza di un governo responsabile di fronte al Parlamento Europeo. Partendo dalla riaffermazione dell’importanza di una democrazia non solo rappresentativa, ma anche partecipativa, l’analisi si è spostata sul ciò che può esser considerato come il presupposto della partecipazione: la cittadinanza, il sentimento d’identità (non solo nazionale ma necessariamente europeo) e la sicurezza.
Attualmente, all’interno dell’Unione, molti sono i nodi da sciogliere sul tema della sicurezza, in un momento in cui, lo stato nazionale non è più in grado di garantire questo bene collettivo in piena autonomia, ma ha bisogno di coordinarsi con gli altri e quindi adottare provvedimenti comuni e condivisi.
Per far ciò, secondo il Consigliere, bisogna concepire la sicurezza secondo molteplici livelli: quello interno, che riguarda lo scottante tema dell’inclusione e della gestione dei flussi migratori, garantendo anche i diritti dei cittadini terzi sul territorio europeo; quello esterno inteso come diritto alla pace e quindi possibilità di ripensare una difesa europea; il livello spirituale, per garantire ad ogni persona la possibilità di decidere se professare o meno qualsiasi credo religioso; quello culturale, legato alla formazione e all’intercultura; quello democratico che concerne i rapporti tra le istituzioni e i cittadini; la sicurezza sul e del lavoro; rispetto all’orientamento sessuale ed infine a livello ambientale, prendendo coscienza del problema energetico non più solo in un’ottica di mercato interno, ma come nuova politica di approvvigionamento.
Concludendo, il Consigliere ha esortato i Paesi Membri e le Istituzioni a ripensare l’attuale strategia europea al fine di formare un governo dei beni comuni che conduca ad una coerente e concreta tutela dei diritti collettivi, che implichi la partecipazione dei cittadini e garantisca beni materiali e immateriali attraverso un’adeguata allocazione e redistribuzione delle risorse.

Infine il Prof. Marci ha concluso il convegno con la sua riflessione sul’integrazione sociale evidenziando le due posizioni che Taylor pone alla base dello sviluppo di questo processo: quella comunitaria che si fonda sull’etnia e vede l’individuo proiettato al centro della comunità, a cui si lega tramite la volontà contrattuale, e quella individualista, che poggia le sue radici nella comune adesione agli ideali liberali.
In questo contesto, la rivoluzione industriale ha rappresentato un punto di svolta nei rapporti tra i soggetti e ha permesso che lo scambio economico acquisisse una dimensione assoluta di dominio dei rapporti sociali. Lo scambio di per sé ha prodotto condizioni di reciprocità attraverso le transazioni economiche, ma allo stesso tempo ha condotto l’economia all’indipendenza dai legami tra individui. E’ proprio in questo senso che il Prof. Marci, riprendendo Adorno, ha citato il livellamento di una società in cui le qualità diventano quantità di scambi tra individui che non riescono più ad averne il controllo.
Diventa necessario quindi ripensare all’integrazione non più in termini di scambio, ma riconsiderandola sui presupposti dell’ospitalità: analizzando l’origine di questa parola (nelle due accezioni di ospite e nemico) e approfondendola dal punto di vista del diritto e dell’etica.
Proseguendo così il discorso, il Prof. Marci, ha fatto riferimento alla Pace Perpetua di Kant: la formazione di un diritto cosmopolita ai cui limiti dovrebbe esser estesa l’ospitalità, una concezione rivoluzionaria per cui il diritto non viene più inteso solamente come chiusura, ma come inclusione, come una reciprocità di diritti e doveri che non si fermi allo scambio e che distingua allo stesso tempo l’ospitalità dalla residenza.
In questa maniera sarebbe possibile intersecare i due livelli di analisi e di riconsiderare in maniera problematica il rapporto tra individui, anche estranei, e i legami sociali in generale.